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DiMarco Strada

Il patto di famiglia è stato recentemente oggetto di una decisione della Corte di Cassazione, la prima in materia, sull’imposizione delle operazioni previste nell’accordo.

Si rimanda a questo contributo per alcuni brevi cenni sul problema del passaggio generazionale dell’azienda e sulla disciplina del patto di famiglia.

Di seguito, si tratterà sinteticamente il regime fiscale delle operazioni legate al patto di famiglia e gli influssi dell’Ordinanza della Corte di Cassazione n. 32823/2018.

Le operazioni previste nel “patto”: natura ed esenzioni.

Si è detto che il patto di famiglia è concepito come “contratto” tra disponente, beneficiario e altri legittimari.

L’effetto principale del contratto è quello di attribuire beni (compendio aziendale) o quote societarie dal disponente al beneficiario scelto, senza che il disponente riceva alcuna controprestazione, con il solo fine di arricchire il discendente assegnatario e anticipare gli effetti della successione.

Si tratta quindi di una donazione. Una donazione “modale” perché accompagnata da un “modus”, l’onere per il beneficiario di liquidare agli altri legittimari importi corrispondenti alle loro quote di legittima su quanto donato.

La donazione a discendenti, secondo quanto previsto dall’art. 2, D.L. 262/2006, è imponibile sul valore dei beni eccedente € 1.000.000,00, con aliquota del 4%.

L’attuale comma 4 ter dell’art. 3, L. 346/90, prevede però che non siano soggetti ad imposizione i trasferimenti, effettuati anche tramite i patti di famiglia, in favore dei discendenti e del coniuge, di aziende, loro rami o partecipazioni societarie (per queste ultime, purché sia acquisito il capitale di controllo della società), a condizione che il beneficiario prosegua l’attività o mantenga le quote per almeno cinque anni.

Nell’ottica del patto di famiglia, pertanto, il passaggio generazionale dell’impresa risulterà normalmente esente da imposte di donazione.

Esiste però, come anticipato, una seconda operazione che completa il patto: la liquidazione del valore delle quote da parte del beneficiario agli altri legittimari. Anche questa operazione può essere considerata esente da imposizione, vista la sua necessaria correlazione con il patto?

La liquidazione delle quote: l’orientamento della Corte.

L’ordinanza n. 32823/2018 è stata pronunciata sul caso di un patto di famiglia tra una madre, il figlio assegnatario di partecipazioni societarie e l’altra figlia non assegnataria, cui il fratello ha quindi essere liquidato il valore della quota di legittima sulla partecipazione oggetto dell’accordo.

Il beneficiario, in sede di autoliquidazione dell’imposta, non aveva considerato la liquidazione della quota di legittima come esente da imposta ma l’aveva assoggettata all’imposizione agevolata prevista per le donazioni ai discendenti, ritenendo che la stessa facesse parte di un’operazione unitaria con il trasferimento dell’azienda dalla madre al figlio: ne sarebbe quindi derivata applicazione dell’imposta al 4% sul valore eccedente la franchigia di € 1.000.000,00.

L’Agenzia delle Entrate, al contrario, riteneva che la liquidazione della quota dovesse essere assoggettata all’imposta del 6% sul valore eccedente € 100.000,00, regime previsto per i trasferimenti a titolo gratuito verso i fratelli e le sorelle.

La Commissione Tributaria Regionale aveva dato ragione al contribuente.

La Corte di Cassazione, pur dando atto che tra le finalità del “patto” c’è anche la diminuzione dell’onere fiscale correlato alla successione nell’impresa, ha invece accolto la tesi dell’Agenzia.

Interpretando le disposizioni normative in modo letterale-restrittivo, la Corte ha infatti ricordato che l’art. 58 della L. 364/90 qualifica espressamente a loro volta come donazioni gli oneri di cui sia gravata una prima donazione. Ricostruendo il patto di famiglia come donazione modale, si deve quindi considerare una distinta donazione la liquidazione della quota da parte del beneficiario ai non assegnatari.

Letteralmente, secondo la Corte, non ci sarebbero ragioni per estendere a questa elargizione le agevolazioni riservate alla donazione verso i discendenti. Trova quindi applicazione, se del caso, l’eventuale diverso regime agevolato riservato alle donazioni tra fratelli.

Riflessioni finali.

La sentenza è stata accolta criticamente dalla dottrina e, ad oggi, non è dato sapere se il suo orientamento si consoliderà o verrà rivisto da successiva giurisprudenza.

I primi commenti, infatti, tendono a ritenere in contrasto con la finalità del patto di famiglia un’imposizione rilevante per un pagamento necessario al passaggio generazionale, che nelle intenzioni del legislatore e nelle raccomandazioni Europee dovrebbe essere agevolato anche sotto il profilo tributario.

Ciononostante, viene commentato con favore almeno il fatto che, finalmente, il patto di famiglia entri nell’orbita della Corte di Cassazione, nella speranza che sia solo l‘inizio di un progressivo consolidamento dei suoi confini da parte della giurisprudenza. Solo in questo modo può aumentare la sicurezza nell’uso dell’istituto, accrescendone lo sviluppo nella prassi ed evitando che situazioni di dubbio interpretativo possano scoraggiarne l’utilizzo.

DiMarco Strada

Con Decreto Legge 4/19, pubblicato il 29 gennaio, è stato disciplinato il noto “reddito di cittadinanza” (di seguito “RDC”). Si riassumono di seguito, a scopo informativo, i punti fondamentali del nuovo strumento di sostegno al reddito.

EROGAZIONI

Il RDC prevede delle soglie “minime” di reddito da garantire a ogni nucleo familiare e l’erogazione di un importo mensile al richiedente per raggiungerle.

Le soglie fissate dal decreto sono:

a) € 6.000,00 annui, aumentata per il numero di componenti del nucleo familiare oltre il primo secondo la “scala di equivalenza” indicata dal decreto (è previsto un aumento alla soglia del 40% per ogni componente maggiorenne oltre il primo e del 20% per i minorenni, fino al complessivo 210%);

b) per chi risiede in abitazione in locazione, fino a ulteriori € 3.360,00 annuali a copertura dei canoni.

Se i componenti del nucleo familiare sono solo persone di almeno 67 anni, il beneficio diventa “pensione di cittadinanza” e segue regole in parte diverse (ad esempio, le soglie diventano di € 7.560,00 per la componente “a” e di € 1.800,00 per la componente “b”).

Il beneficio dura 18 mesi. Al termine, resta sospeso per un mese e poi può essere rinnovato.

Gli importi verranno spesi attraverso una “Carta RDC” convenzionata con Poste Italiane, con movimenti tracciati per controllarne l’utilizzo. Non potranno essere utilizzati per giochi a premi. Potrà essere prelevato mensilmente per contanti solo un importo di € 100,00 (aumentato secondo la scala di equivalenza).

Vengono inoltre previsti dei vantaggi per il datore di lavoro che assuma un beneficiario del RCD. Si rimanda sul punto a questa pagina.

REQUISITI

Il RDC verrà corrisposto solo a seguito di domanda, per la quale si dovranno utilizzare appositi moduli approvati dall’INPS.

Il RDC verrà riconosciuto solo ai richiedenti in possesso di “requisiti di cittadinanza, residenza o soggiorno” (cittadini di Stati europei, titolari di permesso per soggiornanti di lungo periodo o residenti in Italia da almeno 10 anni di cui gli ultimi 2 continuativi).

Il “nucleo familiare” richiedente, oltre ad avere un reddito inferiore alla soglia per cui ha effettuato domanda, non deve superare i seguenti requisiti:

1-valore ISEE inferiore a € 9.360,00;

2-valore patrimonio immobiliare a fini ISEE diverso dalla casa di abitazione entro € 30.000;

3-valore patrimonio mobiliare a fini ISEE entro € 6.000; è previsto un aumento alla soglia di € 2.000,00 per ogni componente del nucleo oltre il primo, fino € 10.000, ulteriori € 1.000,00 per ogni figlio oltre il primo ed € 5.000,00 per ogni componente con disabilità.

Nessun componente del reddito familiare deve:

-Essere intestatario di automobili di cilindrata superiore a 1.600cc o motoveicoli di cilindrata superiore a 250cc immatricolti nei due anni precedenti, navi o imbarcazioni da diporto.

-Essere disoccupato per dimissioni volontarie nei due anni precedenti, salve le dimissioni per giusta causa.

Quanto al nucleo familiare:

-i coniugi sono considerati parte dello stesso nucleo se continuano a convivere anche dopo separazione o divorzio;

-il figlio maggiorenne convivente con i genitori fa parte del loro nucleo familiare se di età inferiore a 26 anni, a carico dei genitori a fini IRPEF, non è coniugato e non ha figli.

IL PATTO PER IL LAVORO

Tutti i componenti del nucleo familiare maggiorenni, non occupati o frequentanti un corso di studi, dovranno sottoscrivere un “patto per il lavoro” (se le ragioni della debolezza economica riguardano la mancanza di un posto di lavoro) o un “patto per l’inclusione sociale” (se vi sono ragioni più complesse e multiformi).

Il patto per il lavoro prevede, tra gli obblighi a carico del beneficiario, quello di partecipare a corsi di formazione o riqualificazione professionale, sostenere colloqui e prove di selezione finalizzate ad assunzioni e, soprattutto, quello di accettare almeno una di tre offerte di lavoro congrue.

Quanto alla distanza dal luogo di residenza, sono considerate congrue le offerte di luoghi di lavoro a distanze progressivamente più ampie a seconda del tempo da cui si percepisce il RDC e del numero di offerte già ricevute, da 100 km all’intero territorio Italiano, con eccezione per i nuclei familiari con componenti disabili.

Può essere prevista la partecipazione a progetti con finalità sociali previsti dai Comuni di Residenza, nel limite di 8 ore settimanali.

IL DECRETO

Il decreto, per rimanere efficace, dovrà essere convertito in legge dalle Camere entro 45 giorni dalla pubblicazione e potrebbe subire modifiche in sede di conversione.

Viene prevista l’erogazione a partire dal mese di aprile. Sarà comunque necessario attendere i necessari provvedimenti attuativi per consentire le domande e la percezione del reddito.